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2004: La Chiesa non è contro nessuno, apre le braccia a tutti
Argomento: Miscellanea
“La Chiesa non è contro nessuno, apre le sue braccia al mondo intero”. Lo ha detto il cardinale Joseph Ratzinger prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, intervenendo a Belluno, dove ha anche presentato (al Centro Papa Luciani di Col Cumano) il suo libro “Fede, verità, tolleranza.
A Col Cumano c’era anche il giornalista Socci che ha introdotto i temi affrontati dal Cardinale
Intervista rilasciata a Francesco dal Mas, in L'amico del Popolo del 22/10/2004


Lei sostiene che “la Chiesa non è contro nessuno”. Si è aperta da pochi giorni la celebrazione del Ramadam, da parte dei musulmani. Vi è piena accoglienza anche nei loro confronti?
Non essere contro nessuno non vuol dire che non abbiamo una nostra posizione, una nostra identità, una conoscenza. E che non dobbiamo dire no a diverse cose. Non siamo contro le persone, ma abbiamo dei valori da difendere. E naturalmente rispettiamo le convinzioni religiose degli altri, in particolare dei musulmani che osservano questo mese di digiuno. Hanno tutto il nostro rispetto. Anche perché si tratta di un adempimento comune a quasi tutte le religioni.

Quale dovrebbe essere oggi il valore del digiuno?
Il digiuno può educare alla libertà di se stessi. È un’osservazione sicuramente da rispettare.

Sta per essere solennemente approvata la nuova Costituzione europea. È rimasto irrisolto il problema del riconoscimento delle radici giudaico cristiane del Continente. È in qualche modo recuperabile?
Per quanto riguarda le modalità giuridiche di questo recupero non posso parlare. In numerosi paesi, però, ci saranno dei referendum. Vedremo che cosa dirà il popolo. In ogni caso mi sembra che non dovremo considerare rimosso questo problema, perché non si tratta di una questione marginale, solo un ornamento, ma si tratta della definizione della nostra identità. L’Europa non può essere soltanto una comunità di interessi e di strategie, o di commercio. Abbiamo bisogno di un’identità più profonda. E questa identità esige una definizione. La verità storica ed anche la verità vissuta di oggi ci dicono che le radici cristiane sono indispensabili e che appartengono all’identità europea, per cui devono entrare in questa istituzione.

L’arcivescovo di Baghdad dei latini sostiene che la pace del suo paese passa per l’Europa. Ne è convinto anche lei?
È evidente che un continente così è ricco materialmente ma anche di una tradizione spirituale ed anche di un potere ha una grande responsabilità nel mondo. Dobbiamo realmente risvegliarci per prendere in mano la nostra responsabilità.

Lei non perde occasione di invitare alla preghiera. In particolare alla preghiera per l’affermazione della giustizia. Provi a spiegare la forza della preghiera, riferendola magari alla situazione dell’Iraq o di altre aree del mondo colpite dalla guerra e dalla violenza.
Noi pensiamo che la preghiera sia una cosa intimistica. Non crediamo più tanto, almeno mi sembra, all’effetto reale, storico della preghiera. Dobbiamo invece convincerci ed imparare che questo impegno spirituale che collega cielo e terra ha una forza interna. E un mezzo per arrivare all’affermazione della giustizia è di impegnarsi a pregare, perché in questo modo diventa un’educazione mia e dell’altro per la giustizia. Dobbiamo, insomma, reimparare il senso sociale della preghiera.

Prendiamo l’Iraq: lei è convinto che la forza della preghiera sia più pacificatrice di quella delle armi?
Sì, sì. Direi che è la forza che abbiamo noi, perché vediamo che anche con le armi più forti non si può spegnere la fiamma del terrorismo. Violenza crea violenza. Certo, una difesa è necessaria, ma solo con la controviolenza non possiamo spegnere queste fiamme. Abbiamo bisogno di una forza spirituale che nasce proprio dalla preghiera. Se nella società, nel mondo intero è vivo lo spirito di riconciliazione e della forza dei valori possiamo creare un clima in cui questi valori hanno forza e possono vincere.

Quali sono i confini della tolleranza nel rapporto con le religioni?
C’è un primo punto fondamentale. Da sempre è chiaro che la fede è un evento di libertà e non può essere imposta e che l’altro, con la sua fede, la sua convinzione religiosa merita rispetto. Merita di essere trattato come un fratello, come un uomo creato ad immagine di Dio. Poi c’è la responsabilità reciproca. L’altro, probabilmente, cerca di convincerci delle sue ragioni. Rispettiamolo, riflettiamo pure su quanto dice, ma, d’altro canto, dobbiamo essere sicuri che abbiamo una strada che porta verso la giustizia. Cerchiamo, dunque, di aprire il cuore ai valori che conosciamo, nel pieno rispetto della libertà dell’altro.

Anche perché ci sono valori comuni.

Quindi, nessuna guerra di religione?
Assolutamente no.

Trovandosi di fronte al prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, c’è chi viene tentato di chiederle: può andare in paradiso anche un credente che non pratica o un non cristiano?
Un uomo che dimentica o trascura la fede, e quindi la comunione eucaristica, perde cose essenziali della sua vita, quindi è in pericolo di perdere valori importanti di se stesso. E perciò possiamo soltanto invitarlo a stare attento a non fermarsi alle cose secondarie. Non è di nostra competenza dire se va in paradiso o all’inferno, ma quella di promuovere attenzione per il cammino che la persona prende. Se in montagna l’escursionista imbocca un sentiero sbagliato, lo mettiamo in guardia: attenzione, ciò che fai è una cosa pericolosa. Altrettanto deve accadere nella vita. Per quanto riguarda i non cristiamo, ricordiamo che il Signore ha dato ad ogni uomo l’organo della sua coscienza che lo aiuta ad essere buono, a seguire la strada del bene e del giusto. Anche gli altri, dunque, hanno questa forza interiore. E il Signore completa quanto noi non possiamo dare. Quindi non c’è una condanna dei non cattolici, dei non cristiani, ma alla fine esiste una convergenza di tutti. Quindi non c’è un bene per un cattolico che sia un male per un musulmano. Alla fine il bene è sempre lo stesso: l’amore, il perdono, la giustizia. E anche se viviamo in contesti diversi, dobbiamo puntare a questa convergenza sotto la guida della nostra coscienza.

Parliamo, se permette, di un tema particolare. Il rapporto tra la Chiesa ed i giovani. Che sembra ogni giorno più difficile.
Ogni epoca ha la sua formula. Non si può semplicemente continuare sempre con la stessa metodologia, perché i contesti culturali ed umani sono diversi, ma il mandato fondamentale è sempre lo stesso. L’oratorio è stato un luogo di incontro, di formazione culturale, umana, di compagnia, di sport. Oggi, in maniere forse diverse dobbiamo perseguire i medesimi obiettivi. Rimane importante la scuola, ispirata dalla fede cristiana. È importante anche creare compagnia umana, promuovere ideali e anche luoghi di gioco, di ricreazione e di sport, che diano contenuti ed educhino al dovere le nuove generazioni. Il volontariato, grazie a Dio, sta crescendo. E fin da quando si è bambini, ragazzi, bisognerebbe poter contare su un’educazione che faccia rilevare i bisogni e la risposta che esigono, a titolo anche gratuito. Io so che i giovani che si impegnano sono lieti di farlo e scoprono che questa è, alla fin fine, una vita molto più felice di quella del puro divertimento. Se una persona riscontra che può dare, anche se costa sacrificio, alla fine è comunque contenta. Se è centrata solo su se stessa si perde; impegnandosi per gli altri, invece, ritrova se stessa. Bisogna dunque moltiplicare i luoghi di questo impegno.

Eminenza, la diocesi di BellunoFeltre ha aperto, giusto un anno fa, il processo per la causa di beatificazione di Papa Luciani.
Io prego per questa beatificazione.

Per quanto lei ha potuto conoscerlo, che cosa ha apprezzato di Luciani?
“Di Luciani mi hanno impressionato la bontà e la grande umiltà. Ricordo quando giovanissimo arcivescovo di Monaco, Luciani è venuto a trovarmi, con molta semplicità, a Bressanone, dove trascorrevo un breve periodo di vacanza. La sua bontà di cuore mi ha fatto grande impressione. Una bontà e un’umiltà, però, che non volevano dire debolezza. Luciani era un uomo di grande fede, di grande cultura. Il suo libro “Illustrissimi” dimostra quanto ha letto, quanto ha riflettuto. Luciani ha avuto anche una buona cultura teologica; la sua tesi di laurea l’ha fatta su Rosmini. Parlando con lui, si percepiva quant’era un uomo essenziale. Che andava sul semplice, ma non era affatto un semplicista. Aveva una forte cultura e una fermezza dottrinale. Per tutti questi motivi Luciani è una figura che ho molto amato”.
 

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